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Quando passa un Maestro  in memoria di Cesare)
di Matilde Cavaciocchi

 

Per quanto oggigiorno si tenda comunicare molto di noi, a voler dare un'immagine, comunque all'esposizione, quando passa un Maestro nella nostra vita l'insegnamento che ci lascia rimane qualcosa di privato, di intimo che tende a voler rimanere tale. Ci sono aspetti poco comunicabili, mercificabili di certi rapporti, aspetti dei quali si è sicuri, per il fatto che non solo sono parte attiva della nostra vita, ma forse sono la vita stessa, una sorta di testimonianza che non necessita di essere palesata, nè tantomeno evidenziata. E' dunque non per una ricerca di conferma, nè per un vezzo narcisistico che scrivo queste cose, ma per omaggiare e salutare un Maestro alla sua dipartita.
 

 

Inutile negarlo, io e lui non andavamo d'accordo in questi ultimi anni, Cesare mi obbligava ad un'intransigenza che non riuscivo a tollerare, per cui ero rientrata nell'elenco dei più, di coloro cioè che se ne erano in qualche modo allontanati. Rimaneva nel cuore, ma non faceva più parte del quotidiano. Resta il fatto che attraverso di lui ho compreso alcune cose, perlopiù fondamentali per la qualità della mia esistenza. Prima tra tutte cosa sia il Judo. Del Judo ne ho sentite tante di definizioni, la sua è stata la più interessante. La sua sprigionava magnificenza. Cesare ti condannava alla qualità, del fare, del vivere, del pensare, dell'immaginare, alla qualità del tempo che passi... Ti spostava la realtà sempre di una spanna in avanti, e tu per stargli dietro dovevi correre. E non è che lui corresse con te, eri tu a dover correre con lui.

E' stato un brivido, un sentimento che ho provato solo con lui. Un sentimento che non conteneva nemmeno un briciolo di democrazia, ma che botta di vita .....

Mi ha insegnato che il Judo non è il judo, che Le Cose Della Vita non sono le cose della vita, ma ciò che ne vuoi fare, sono come le vedi tu, come le trasformi, come le riempi o le svuoti di valore, di spessore, di contenuto, mi ha insegnato che quando due persone lottano possono cimentarsi in un esercizio colmo di virtù, oppure no, possono capire qualcosa di sè ed essere uniti tra sé, oppure no, possono ricercare aspetti più alti e complessi della propria esistenza, oppure no, possono sviluppare qualità interiori ed essere poi capaci di comunicarle ad altri, oppure no, possono pensare che tutto finisca lì, oppure no, che magari quello Shiai sia solo l'inizio. Possono ingenerare sentimenti di bellezza, correttezza, rispetto aldilà del risultato, possono creare questo risultato, oppure no.

Molti sono stati gli studi di Cesare sulla figura di Jigoro Kano, grande il suo contributo a far conoscere Lo Shihan del quale la stragrande maggioranza dei judoisti sa a stento quando è nato e quando è morto. Di condanna alla qualità parlava Jigoro Kano, altro non era che questo il suo Seiryoku-zen'yo e Ji ta kyo ei.
 
Come non pensare ad Abrham Maslow, che della condanna alla qualità ne fece la sua bandiera, a Maslow che diceva che una scarpa non è una scarpa, ma il risultato di un ingegno, di un impegno, del lavoro di persone che si potevano pure compiacere di aver contribuito alla creazione di quella scarpa, che potevano gioire del proprio lavoro, che potevano sentirsi realizzati per quel lavoro e grazie ad esso. Poi Maslow rivide le sue posizioni e corresse il tiro: quella scarpa, o quel mobile, meglio sarebbe stato se fossero stati mobili e scarpe di qualità, che fossero stati effettivamente portatori di bellezza, ingegno, intelligenza... Meglio sarebbe stato se il proprietario di quel mobilificio o scarpificio avesse messo a conoscenza i suoi dipendenti di quanto quei prodotti fossero apprezzati nel mondo, così da contribuire alla realizzazione e soddisfazione di chiunque lavorasse nella sua azienda, così da coinvolgere tutti in un processo virtuoso e realizzante. Quindi questo mobile o questa scarpa non avrebbero potuto, per innescare questa catena di bene, essere troppo brutti, o troppo fatti in serie, o evidentemente fatti senza amore, senza passione, no, non era puntando ad un prodotto mediocre che si poteva pensare al lavoro come azione nobilitante per l'essere umano. Non è nello stereotipo, nel mercificato che si crea la qualità. Ci vuole una tensione verso di essa, ci vuole uno sforzo, o per meglio dire, una volontà in tal senso. (in questo momento mi trovo su un treno, vedo davanti a me una borsa di una tipa, e sopra c'è scritto " tutte le cose buone che esistono sono frutto dell'originalità." John Stuart Mill. Mi viene da ridere....).

Poi Maslow andò ancora oltre, pensando che l'idea di bene collettivo, di logica di gruppo virtuoso non bastasse a che l'essere umano si realizzasse totalmente, e cominciò a dedicarsi alla psicologia del profondo. E qui mi fermo, il discorso non è che non rientrerebbe nei miei saluti ad in Maestro, anzi... ma è veramente troppo lungo. E' fuori discussione comunque che questa idea di lasciare il mondo un po' più bello di come lo abbiamo trovato accomuni queste grandi menti, queste e molte altre in vari periodi della storia dell'umanità. Si chiamano persone autorealizzanti, che pongono la questione non come un mero processo competitivo ma quanto, semmai, come ricerca e valorizzazione di risorse umane, individuali e di gruppo, che contribuiscano in un "tutti insieme " al miglioramento e alla crescita sia dell'individuo che della società.

Questo Cesare te lo faceva sentire. Su questo era incentrato il suo insegnamento del Judo, in questo il pensiero di Jigoro Kano ha potuto risplendere e riprendere aria, in un panorama judoistoco dove Ju e Do sono perlopiù un lontano ricordo, offuscato dallo sport professionistico e dalla sua logica.

E nel fare questo, Cesare era Magistrale. Per quanto mi riguarda non ha avuto pari, nemmeno lontanamente.

Forse era pieno di difetti, forse era intollerante, forse non stava bene in questo mondo.

Ma quando passa un Maestro e ti contamina, ti rende condannato alla qualità, quando passa un Maestro e tu non lo vedi, beh....

E quando ti ha trasmesso questo, poi la vita e come la vivi diventano un tuo problema, una questione di coscienza, una cosa tra te e te. Il Maestro era il mezzo, tu sei il fine. Il Maestro ha fatto quel che doveva, l'ha fatto con la sua tremenda umanità, coi suoi limiti, con il suo genio, ora tocca a te. Si può scegliere di allontanarsi, si può scegliere di rimanergli accanto fino alla fine, ma prima o poi quel momento arriva. E' arrivato....E così è ... .



"E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. La campana suona per te".
 

     
 
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Matilde Cavaciocchi

 

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