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“Il Judo e i suoi Kata” - Solferino, 21-22-23 settembre 2007
Di Matilde Cavaciocchi
Questa relazione non vuole rappresentare una presa di posizione in materia di Kata che abbia in qualche modo un’ufficialità da far risalire a questo o quel gruppo o ente o associazione che si occupa di Judo, ma vuole essere esplicativa di quanto io ho compreso in materia fino ad ora. Ha più il taglio di una riflessione ad ampio raggio che di una “tesi” sui Kata di Judo, dimensione nella quale mi sento più a mio agio. Ho voluto dare un’impronta di trasversalità a questo lavoro, cercando di evitare di entrare troppo in tematiche di natura storica o tecnica che sono già state affrontate da altri in maniera più che esaustiva, affrontando la questione da punti di vista un po’ diversi dal solito, dando anche molta conoscenza per scontata.

La cosa che sostanzialmente voglio affermare è che se un Kata è praticato con sincerità, qualsiasi esso sia, naturalmente se appreso da un Maestro qualificato, apporti un miglioramento al Randori, aiuti nella concentrazione, migliori la posizione e l’attenzione, favorisca in qualche modo quell’espansione di coscienza e quello stato di vuoto di cui si parla e che è così difficile da valutare, tanto che lo può fare solo chi ha grande esperienza di Judo.
   
La Trasmissione del Kata

Parlo di apprendimento che venga da un Maestro più che da una Federazione o Ente perché a un certo livello questo esercizio deve essere proprio trasmesso cioè imparato da qualcuno che te lo comunica, che te lo fa vivere come esperienza personale, che te lo fa sentire, sperimentare,
nel senso che intende lui.

E parlo di sincerità perché apprendere un Kata solo per passare di grado o per esibirlo in una gara non sono motivazioni che garantiscano una ricerca profonda, considerare una gara come punto di partenza o come punto di arrivo starà alla sensibilità del praticante e del suo Maestro, ma di questo parlerò dopo.
Nel Kata come sapete, ci sono vari livelli di pratica, c’è il livello più basso, dove si tratta di ricalcare pedissequamente quello che dice l’insegnante, in cui si impara tecnica per tecnica, poi c’è un momento in cui il kata viene assemblato, poi arriva il giorno in cui, messa a punto la parte tecnica ci si può dedicare alla pratica vera, e la mente, che non ha più bisogno di funzionare chiedendosi se ha fatto bene o se ha fatto male, può entrare in quella dimensione che se prima era di concentrazione poi scivola in qualcosa di altro, forse meditazione, forse contemplazione, a me piace chiamarla di unità, ma se ci imbrigliamo nei termini la discussione diventa sviante. Già da qui intravediamo lo Shu-ha-ri, cioè lo studio passivo, poi l’esperienza personale, poi il fare proprio quello che ci è stato insegnato.
   
A proposito di Shu-ha-ri, o meglio, di quella che appare la sua interpretazione in senso marziale, Donn Draeger nel suo “Budo Classico”, parte dal “Metodo”, in particolare dalle fasi di apprendimento (ma anche fasi di coscienza, di consapevolezza) identificate con Gyo, Shugyo, Jutsu e Do.
Draeger parla di Gyo identificando quella prima fase come “il tempo del fare”, del “Non chiedere, esercitati”, nella quale l’allievo deve ripetere esattamente quello che il Maestro fa, perché non sa niente, perché è alle primissime armi. L’unica sua scelta sembra essere quella di decidere fermamente di voler fare quella cosa, in maniera acritica, o quantomeno senza poter pretendere alcun tipo di interazione col Maestro che non sia il fare esattamente cosa dice lui.

Gyo “tempo del fare”

Shugyo “livello di preparazione austera”

Jutsu “fase dell’arte”

Do “arte senz’arte”

E’ una fase molto dura in cui l’allievo perlopiù capisce poco di quanto sta facendo, per cui deve dimostrare un’enorme volontà e tenacia nel perseguire questa strada, come se si trattasse di questione di vita o di morte. Da notare come si parli di “apprendimento a lungo termine”, non c’è niente che sia a breve termine in questo tipo di addestramento.
Se l’allievo va avanti ecco che arriva la seconda fase, Shugyo, o livello di preparazione austera, quella in cui il Maestro comincia a porre problemi che l’allievo deve risolvere, per prepararlo e condurlo a quella che viene chiamata l’intuizione, che tradotta vorrebbe dire il riuscire a “comprendere” quanto appreso fino ad allora. L’allievo deve passare dall’imitazione dei gesti del Maestro alla risoluzione di problematiche tecniche. Ciò comporta il rischio da parte dello studente di ingarbugliarsi, di scivolare in un caos dove non conta più l’ordine prestabilito delle tecniche ma quanto riesce a comprenderle, ed a fare sua la “verità nell’azione”. Siamo sempre comunque in una fase di ripetizione della tecnica, o meglio, del Kata, e attraverso la ripetizione l’allievo svilupperà intuizione, quella che viene associata alla luce interiore, all’apertura del proprio occhio mentale. E’ la fase del condizionamento dei riflessi attraverso la pratica dura. Il fiore temporaneo.
Mettiamo il caso che il nostro eroe diventi sempre più abile e resista. Ecco che a un certo punto lo studio diverrà parte integrante di lui, tanto che non lo potrà più abbandonare. Entrerà quindi nella fase dell’arte, del Jutsu, altro momento delicatissimo, in cui l’allievo, che comincerà ad avere un buon dominio sulla tecnica, rischia l’autocompiacimento, per cui, grazie alle correzioni tecniche e morali del Maestro, dovrà esercitarsi anche nel dominio su se stesso, suo proprio io, che tanto gli è servito fin’ora ad andare avanti in questo duro percorso. E così via, finché la sintonia tra Maestro e discepolo sarà così grande che si capiranno anche nel silenzio più profondo. Il fiore duraturo….
Ed ora tiriamo in ballo il Do: l’allievo dovrà proseguire da solo, continuando nel proprio lavoro col Maestro, ma facendo conto su di sé, sul proprio carattere forgiato, adattandosi alle situazioni tecniche di difficile risoluzione, andando verso la piena padronanza della tecnica, dove tutto è oramai acquisito, automatizzato, raggiungendo la condizione di “Arte senz’Arte”. Ci siamo, il Do, l’autorealizzazione, dove il pensiero è scomparso, l’io è scomparso, non c’è più separazione tra pensiero e azione, c’è solo l’azione. “Solamente l’intero può essere praticato”, si afferma in proposito, ed ecco che arriva la pratica vera del Kata, quella di cui si parlava prima, quella senza pensiero, senza la preoccupazione di fare bene o di sbagliare. Il fiore vero… A questo punto Draeger conclude questa ricostruzione, saltando fuori dalla pratica fisica e facendo un parallelo con la meditazione, come a voler far capire che a certi livelli ci si deve occupare della padronanza della mente, e della sua espansione. Questo se si vuole essere all’altezza di quanto appreso.
 

La mia interpretazione del Do, a proposito dello “scavalcare il Maestro” è che a questo punto l’allievo, o quello che resta di lui, non ha più bisogno del Maestro per discernere, credo che sia in questo senso che il Maestro muore.
Dall’eteronomia all’autonomia, come direbbe Piaget…




Dall’eteronomia all’autonomia
J.Piaget

 

Bu-Do

“[..] Seppure tramite una dedizione sistematica, incrollabile all’allenamento egli possa essere guidato da un Maestro vero lungo la Via che farà anche di lui un Maestro, lo status di Maestro non viene mai trasmesso da una persona all’altra; non si tratta di trasferimento. Viene dall’interno di se stessi, è un processo di “estrinsecazione”.
Il compito del Maestro è solo quello di chiarire la tecnica con l’esempio; l’allievo stesso deve rendersene conto. [..] Il livello Do è la fioritura dei livelli Gyo, Shugyo, Jutsu”.


Da Donn F. Draeger “Budo Classico” Ed. Mediterranee 1998

 
Draeger scrive: “Seppure tramite una dedizione sistematica, incrollabile all’allenamento egli possa essere guidato da un Maestro vero lungo la Via che farà anche di lui un Maestro, lo status di Maestro non viene mai trasmesso da una persona all’altra; non si tratta di trasferimento. Viene dall’interno di se stessi, è un processo di “estrinsecazione”. Il compito del Maestro è solo quello di chiarire la tecnica con l’esempio; l’allievo stesso deve rendersene conto”. Ed ancora : “Il livello Do è la fioritura dei livelli Gyo, Shugyo, Jutsu”.
Questa era l’idea del Budo a quei tempi, idea nella quale è difficile non riconoscersi, almeno in parte, anche solo simbolicamente, non possiamo dirci esperti nella nostra disciplina se tutto ciò non ha alcuna risonanza in noi.

Queste fasi di apprendimento hanno la caratteristica di essere universali, in qualche modo ancora attuali. E’ chiaro che nel 2000 le cose possono non andare esattamente in questo modo, ma l’impronta di tutto ciò è presente, sicuramente le fasi d’apprendimento non sono dissimili, e la mia idea è che a un certo punto l’esercizio del Kata, se porta a questo tipo di stadio, cioè del non-pensiero, abbia svolto il proprio compito, che è duplice: da una parte l’automatizzazione della tecnica consente l’espressione della stessa anche in situazioni diverse dal Kata (interazione tra Kata e Randori, un epifenomeno, che cioè scaturisce come conseguenza di altri fenomeni, e non un accadimento a se stante ), dall’altra sempre l’automatizzazione della tecnica porta la mente oltre il pensiero, dove non c’è niente più di separato, in questo senso “solo l’intero può essere praticato”, una conseguenza naturale, ancora un epifenomeno. E aggiungo io, l’intero può essere compreso solo da chi lo ha sperimentato. Per questo le gare di Kata possono talvolta non rilevare con precisione la bontà o meno di questo esercizio, difficile percepire quel magnetismo, quell’energia che va oltre la tecnica se non attraverso una testimonianza attiva, credo che non siano molte nel mondo le persone in grado di giudicare in maniera appropriata un Kata.
     


 

Satori

“…la forma non è che un elemento esteriore o visuale del Budo. Vi è altresì un fattore spirituale che va preso in considerazione. La forma non è che la materializzazione dello spirito, ed è pertanto caratteristico delle discipline del budo ricercare l’essenza che si cela dietro la forma stessa. La forma costituisce la cornice di ciò che ne scaturisce: l’attività dello spirito. Il dominio della forma non è che un elemento, per quanto importante, del quale occorre assicurarsi lungo la via. Alla fine la forma verrà abbandonata, così da poter raggiungere lo stadio finale della crescita personale: la perfezione dell’io”

Da Donn F. Draeger “Budo Classico” Ed. Mediterranee 1998
 

Cito ancora Donn Draeger:…la forma non è che un elemento esteriore o visuale del Budo. Vi è altresì un fattore spirituale che va preso in considerazione. La forma non è che la materializzazione dello spirito, ed è pertanto caratteristico delle discipline del budo ricercare l’essenza che si cela dietro la forma stessa. La forma costituisce la cornice di ciò che ne scaturisce: l’attività dello spirito. Il dominio della forma non è che un elemento, per quanto importante, del quale occorre assicurarsi lungo la via. Alla fine la forma verrà abbandonata, così da poter raggiungere lo stadio finale della crescita personale: la perfezione dell’io”.

Anche in Giappone, dove teoricamente tutti dovrebbero fare lo stesso identico Kata, accade che ci siano ad un certo punto interpretazioni personali, con susseguenti discussioni in proposito. Questo se ci pensiamo dovrebbe essere un passo naturale nello Shu-ha-ri, come quando un direttore d’orchestra o un pianista eseguono un’opera musicale in maniera differente dalle precedenti esecuzioni, cioè alla fine, quando il livello è molto alto sgorgano interpretazioni diverse della stessa opera. Se così non fosse tutta la nostra arte, ma anche tutta la nostra scienza e conoscenza non avrebbero mai subìto variazioni né fatto progressi. Come del resto non ci sarebbero state evoluzioni né nel Bujutsu, né nel Budo.
Per cui non posso che dichiararmi favorevole alla ricerca anche in questo nostro campo.

Riflettendo su come vengono presentati i Kata dal Kodokan di Tokyo, mi pare che molto spesso si incentivi uno studio approfondito sui particolari più che la pratica dell’intero, e questo può sviare dalla comprensione reale di ciò che stiamo facendo, col rischio di indurre il judoista ad adoperarsi esclusivamente in una copia pedissequa e formale di tecniche. E qui il mondo del Judo si divide in due, ci sono quelli che sono del parere che “il senso dell’ intero” sia così connaturato in loro, che sia così parte del loro DNA che non ne parlano, dandolo in qualche modo per acquisito, ci sono quelli invece che reclamano risposte chiare. Io personalmente credo di aver capito che per i giapponesi sia molto difficile ragionare con i nostri schemi analitici, anche perché noi tendiamo ad analizzare anche le nostre intuizioni, loro no (gli agopuntori occidentali dicono: i cinesi hanno scoperto l’agopuntura, noi l’abbiamo capita). Certamente è un limite, un limite nel linguaggio e nell’espressione, che ha portato molti pensatori ad affermare che la cultura orientale non potrà avere la sua fioritura che in occidente, per cui molta di questa cultura ci proviene da “traduzioni e interpretazioni” di scrittori occidentali, un limite per cui viene da dire che forse l’unico personaggio orientale del Judo che ha saputo veramente operare una sintesi tra queste due culture è stato Jigoro Kano, un modernista, un professore, un pedagogista che si è girato l’Europa per studiare i nostri sistemi pedagogici, che ha letto i nostri filosofi, che si è interessato vivamente e realmente all’altra parte di mondo. Comunque sia, il problema culturale c’è ed esiste.

Tornando a noi, il Kata permette di vivere un’esperienza che per sua natura, grazie ad un’espansione temporale maggiore si differenzia per esempio dall’apprendere una singola tecnica, tutto si svolge secondo una guida precisa e prestabilita, e questa caratteristica consente di potersi cimentare in tali situazioni senza incorrere in contrattacchi o in atteggiamenti di opposizione, quindi aiuta a rafforzare la nostra intenzione, la nostra tecnica, l’armonia con l’altro, l’attenzione, la concentrazione, il sincronismo di movimenti (opportunità), la simmetria tecnica, la respirazione (che non sarà più quella tipica delle situazioni di emergenza ma sarà piuttosto indice di uno stato mentale non perturbato, assorto nel compito, contemplante) in un contesto privo di emozioni, che per tale ragione favorisce l’apprendimento (si veda cosa dicono gli psicologi a riguardo dei disturbi di apprendimento legati ai fattori emotivi…). A proposito del ju jutsu, Donn Draeger parla del fondatore del Tenjin Shin’yo Ryu, Iso Mataemon, in questo senso: “..egli sosteneva che l’abilità nel jujitsu dovesse essere conseguita attraverso la dedizione al metodo dei Kata, la cui natura è costituita dall’ikemono, la rappresentazione di un “oggetto vivente” o una determinata situazione in combattimento.

Quindi, nel Kata sono unite varie tecniche a varie situazioni (situazioni di Kime, di Ju, di Waza ecc.). Questo fa si che creando dei contesti, immutabili, diciamo ideali per esperire la nostra azione, diciamo esemplari, questo esercizio sia da considerarsi l’aspetto universale del Judo, perché ne illustra i principi.
Quindi, se il Kata rappresenta l’aspetto universale del Judo (esercizio uguale per tutti) e il Randori veicola l’espressione peculiare di ognuno, sta all’insegnante non perdere di vista il collegamento tra il particolare e l’universale (apro ancora una parentesi con un’altra citazione di Draeger : “ …di conseguenza le forme del Do implicano lo spostamento dell’atteggiamento nei confronti della vita dal particolare all’universale, all’assoluto”). Un’interpretazione gestaltica del particolare/universale/assoluto potrebbe essere questa: io guardo un quadro, se ne osservo una parte questo è un particolare, se lo osservo tutto questo è l’universale, se lo osservo nel suo contesto e ne ricavo considerazioni più ampie questo è l’assoluto. E’ questo, credo, che rende la nostra disciplina veicolo di una conoscenza qualitativamente superiore, non algebrica, non sommativa.

     
Jung nella prefazione a “Introduzione al Buddismo Zen” di Suzuki, dice che la parola “Illuminazione” non ha un corrispettivo nella nostra lingua. L’illuminazione ( e qui cito Suzuki e Fromm), è in atto quando non c’è differenza tra soggetto e oggetto, tra pensiero e azione, e conduce ad essere nella realtà per quella che è, senza alcun filtro o sovrastruttura, senza manipolazioni o mediazioni di alcun tipo. Ecco che noi possiamo avvicinarci a questo stato mentale durante la pratica del Kata (anche nello Shiai si è assorti nel compito, ma c’è sempre il rischio, per la natura intrinseca di questo esercizio, che l’emozione trabocchi, mentre il Kata ha nel Judo l’aspetto della cerimonia, così come l’Ikebana, o il Kyudo, o la cerimonia del tè..).
 Nell’illuminazione dello Zen,così come nel Kata c’è comunque un lavoro ( e qui torniamo a Shu-ha-ri), un lavoro di decostruzione e ricostruzione, un atto logico, cognitivo, pratico, per poi trasformarsi in qualcosa di automatico, non più pensato, non più autoconsapevole ma che scaturisce fluido e libero, senza più alcun tipo di riflessione, semplicemente puro, spontaneo.

Sukuki e Fromm ci premettono che questo stato d’essere non ha a che vedere con l’etica, ma che il raggiungimento di un’esistenza etica sarà una conseguenza, ancora un epifenomeno.
 

   

DAISETZU TEITARO SUZUKI  1870-1966

Il Judo ad esempio calca molto sul tenere un comportamento etico, morale, sia sulla materassina che fuori (anche a causa dell’influenza del neoconfucianesimo), nel Judo ci sono dei precetti, delle forti regole, che come in ogni disciplina vanno seguite, e questo è importante, ci differenzia dal calcio, dall’hokey, dal golf, ma questi precetti vanno considerati come mezzi per percorrere una strada, che alla fine possono essere lasciati, così come lasciamo l’automobile in garage dopo che ci ha condotti a casa. L’idea è di arrivare a casa, non di rimanere in macchina davanti alla porta.
     
  Tornando a noi, se i principi e gli scopi del Kata possono essere temporaneamente non riconosciuti dall’allievo, questo non deve succedere al Maestro perchè mancherebbe nella padronanza della materia che insegna, con una conseguente carenza di metodo. Possiamo insegnare Judo mantenendo sullo sfondo il suo contenuto più profondo e tenendo in primo piano un particolare, ma prima o poi lo sfondo e il particolare dovranno ricongiungersi. Il Judo è una pratica autoeducante, lo sviluppo fisico, mentale e spirituale sono insiti nella pratica, ma il Maestro ne deve essere consapevole, deve sapere cosa è il Judo in senso stretto (kyogi judo) e il Judo in senso ampio (kogi judo).

In questo senso, se la pratica del Kata è sincera (e credo di aver chiarito cosa intendo), non vedo come le differenze tra le varie scuole possano portare ad una degenerazione del livello Judoistico. Esiste il momento dell’apprendimento, esiste il momento dell’applicazione, esiste l’approfondimento di stati mentali particolari, qualsiasi tipo di Kata si pratichi. Certo è che se poi il nostro Judo non è coerente, solidale con quanto appreso, sarà improbabile che il lavoro svolto nel Kata funzioni.
     
Il Judo non è fatto o da Randori o da Kata, ma dall’alternanza di entrambi. Questa alternanza darà un prodotto superiore alla somma di ciascun elemento. Sempre se esiste una risonanza tra la pratica dell’uno e la pratica dell’altro. Se quando studiamo un certo Kata scoveremo esercizi atti a ricollegarlo al Randori, sarà più probabile che , arricchito dall’esperienza dell’esercizio libero, il Kata venga percepito più reale, più verosimile, più vicino a quello che facciamo, più attinente alla realtà del combattimento, e non solamente un mero esercizio di forma e stile. Come sarà del resto probabile percepire l’esercizio libero come qualcosa di non strettamente legato alla sopravvivenza, ma semmai come un terreno sul quale esercitare quanto appreso, ridimensionando l’aspetto emotivo attraverso un’attenzione qualitativamente superiore, cioè meno legata all’ansia del risultato e più incentrata sulla realizzazione tecnica.  
 

Il Judo non è fatto o da Randori o da Kata, ma dall’alternanza di entrambi.
Questa alternanza darà un prodotto superiore alla somma di ciascun elemento.

     
Jigoro Kano ha sistematizzato la teoria degli squilibri opponendola all’uso della mera forza (da cui l’utilizzo dell’energia dell’avversario), ma molto spesso nelle palestre si propone preparazione atletica in vista delle gare, con la conseguenza che l’uso non indirizzato della forza non può che osteggiare lo studio autentico del Judo (potrei procurare decine di articoli di Maestri Giapponesi, Kano compreso, che hanno affermato e affermano questo).
Quindi mi sento di dover spostare la questione non tanto su quale Kata si eserciti ma su cosa succede dopo, nel resto della pratica.
  E allora, la mia domanda e la mia provocazione sono queste: fermo restando la validità della pratica sincera del Kata, qualsiasi sia la scuola di provenienza, riusciamo a garantire e a rendere durevole l’efficacia tecnica e la portata mentale di questo esercizio anche durante esercizi diversi all’interno del Judo?

Lasciamo aperta questa domanda e procediamo nel discorso, faccio un salto in avanti, tiro in ballo la motivazione e continuo nel mio proposito: cosa ci spinge a fare kata, a fare Judo? La nostra pratica può essere anche semplice, ma la nostra idea del fare da cosa è permeata? E a quale di questi punti siamo arrivati nella nostra ricerca?
In quante delle nostre palestre si è consapevoli del fatto che la nostra è una disciplina della mente e dello spirito, che è una Via? E che richiede, per essere compresa appieno, un approccio non solamente motorio o sportivo? Qual è il nostro principale fattore motivante quando ci alziamo la mattina e dobbiamo insegnare la nostra materia, qualsiasi essa sia?
 
Provo a fare un parallelo sull’onda culturale occidentale:
c’è stato un signore di nome Abraham Maslow, americano, nato nel 1908/1970, appartenuto a quella corrente chiamata psicologia Umanistica, che si è occupato in lungo e in largo della motivazione e dei fattori motivanti, soprattutto nell’ambiente lavorativo, famoso inoltre per aver ideato la “Piramide dei bisogni”.
 
   

Abraham Maslow USA 1908-1970

     

  La gerarchia dei bisogni ha alla base i bisogni fisiologici, inutile commentare, se non mangiamo, beviamo, se non possiamo garantirci la sopravvivenza non esisterà molto spazio per considerazioni altre sulla vita e sulla morte. Livello successivo, la sicurezza: idem come sopra, se teniamo famiglia e un lavoro precario e non sufficientemente retributivo avremo anche in questo caso poco spazio per divagare sui massimi sistemi.
Il gradino successivo è appartenenza e affetto. Siamo animali sociali, la nostra vita si svolge con gli altri, per gli altri, grazie agli altri, ognuno di noi ha bisogno di essere amato per quello che è, ognuno di noi ha bisogno di appartenenza, ad una famiglia, ad un gruppo, “interconnessione”, la chiamerebbero i buddisti, il Dalai Lama dice di osservare la propria camicia, ed invita a riflettere su quante persone sono state coinvolte nella fabbricazione e nella commercializzazione di una camicia…un bello schiaffo all’individualismo. Il gradino ancora sopra: stima e autostima. La stima degli altri è un’altra cosa che ci definisce perché testimonia l’impronta che possiamo lasciare nel mondo, l’autostima invece testimonia quanto crediamo in noi stessi, la possibilità di trovare all’interno di noi le risorse di cui abbiamo bisogno.
Questa piramide è come a voler dimostrare che non si giunge ad un livello se non siamo a posto con i livelli inferiori. L’ultimo gradino è l’autorealizzazione. Ed è qui che volevo arrivare.
     
Secondo Maslow l’autorealizzazione rientra dei bisogni fisiologici dell’essere umano. Non prescinde dagli stadi inferiori della piramide, e nemmeno da un duro lavoro e un duro impegno, peraltro è qualcosa che dovrebbe scaturire spontaneamente se i gradini inferiori della piramide sono stati acquisiti, è appunto una dimensione non mistica, non trascendentale, ma fisiologica, naturale, è ancora un epifenomeno, che cioè scaturisce come conseguenza di altri fenomeni, e non un accadimento a se stante.
Ciò che un uomo può essere, deve esserlo, attraverso una dimensione omonimica, cioè relativa all’esperienza di essere parte di un’entità più vasta del proprio io.. Possiamo definire questo concetto autorealizzazione.
L’autorealizzazione di Maslow non è un processo isolato, come non lo era quella intesa da Jigoro Kano.
 

     
Trovo grosse affinità tra questi due pensieri.
Entrambi parlano di autorealizzazione, di impegno, di duro lavoro, di fasi di apprendimento, di dedizione verso ciò che facciamo, evidentemente anche del miglior impiego dell’energia (uno parla in termini di energia ma per andare oltre, l’altro in termini di risorse umane…), per cui, se il nostro lavoro, qualsiasi esso sia, non sarà pervaso da questa idea, non tenderà all’automiglioramento, qualunque cosa facciamo la faremo a metà, rimanendo impigliati nei gradini più bassi della piramide, o in quelle fasi di shu-ha-ri senza mai arrivarne a capo, e non ce la faremo a considerare l’esercizio del Kata e del Judo in genere come qualcosa che ci farà accedere a stati mentali altri, ma continueremo a praticarlo solo per l’esame, per la gara, non svilupperemo creatività, aspetteremo sempre conferme dall’esterno, senza riuscire a trovare motivazioni all’interno di noi stessi. Che non vuol dire, badate bene, diventare autoreferenziali, ma semmai proseguire sul cammino, liberarsi dal vincolo di dover dimostrare chi siamo, per essere finalmente ciò che siamo. Se lo stadio di Maestria di Draeger è un’estrinsecazione più che una trasmissione, anche l’autorealizzazione di Maslow lo è, non si tratta di avere una convinzione profonda, non è un’ideologia, è uno stato d’essere.

IL KATA:
APPRENDIMENTO
ESPRESSIONE
RICERCA

  Sta quindi a noi stessi capire su quale lunghezza d’onda siamo, e perché agiamo. Se siamo spinti da qualcosa che è dentro di noi, o se vogliamo appagare qualcosa che è fuori di noi, che magari ci gratifica ma che a un certo punto non ci aiuta nella crescita, non ci educa, non ci realizza.
Credo quindi che l’insegnamento del Kata, e conseguentemente del Judo tutto, sia un problema di coscienza. Se il Do implica il passaggio dal particolare all’universale e all’assoluto, la nostra coscienza ci aiuterà a capire a quale punto siamo arrivati nella Via, il saperlo ci porterà ad agire di conseguenza.
Il mio anelito è che gli insegnanti arrivino un po’ alla volta a fare proprio lo studio del Kata, anche lasciando talvolta da parte le appartenenze e le ideologie, che prendano, dove c’è da prendere, con discernimento e sincerità. Ringrazio di cuore l’Organizzazione per aver creato un’occasione così importante, proficua e arricchente per tutti coloro che vi hanno partecipato.
   

Matilde Cavaciocchi

     
     
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Matilde Cavaciocchi

 

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